Nella prima metà del XV secolo, mentre alcune famiglie nobili commissionavano preziosi Trionfi a grandi artisti dell’epoca, nelle taverne italiche si diffondevano mazzi popolari di questo nuovo gioco di carte. Nacquero alcune varianti regionali che ebbero da subito grande successo, fino al punto di soppiantare i Trionfi tradizionali nei rispettivi territori di origine.
Una delle varianti ritenute più importanti anche sul piano storico, è rappresentata dal celebre Tarocchino Bolognese, un mazzo di 62 carte che, in seguito alla sua ampia diffusione sul territorio felsineo, venne utilizzato non solo per il gioco, ma anche per qualche elementare forma di divinazione (quest’ultima limitata, inizialmente, a sole 35 carte). Il gioco di carte prevedeva invece l’utilizzo dell’intero mazzo, che si componeva dei 22 Trionfi e di 10 carte per ogni seme, anziché le 14 del comune mazzo di Tarocchi: furono infatti eliminate tutte le carte numero 2, 3, 4 e 5.
Per molto tempo si è creduto che i Tarocchi dei Visconti, cioè quelli commissionati dai signori di Milano, fossero i più antichi Trionfi mai esistiti. Nuove prove documentali emerse di recente, però, hanno indotto gli storici a rivedere questa convinzione: è probabile, infatti, che il Tarocchino Bolognese esistesse già in precedenza, forse fin dall’alba del 1400. Quest’ultima ipotesi si è fatta strada, in particolare, in seguito al ritrovamento di un enigmatico dipinto seicentesco che ritrae il Principe Francesco Castracani Antelminelli Fibbia, personaggio vissuto a cavallo tra il XIV e il XV secolo.
Nella didascalia del dipinto appaiono alcuni dati biografici relativi al soggetto: discendente di una nobile casata ghibellina di Lucca, egli fu costretto a riparare a Bologna, dove trovò ospitalità e rifugio presso la potente famiglia Bentivoglio. Gli storici ritengono sostanzialmente corretto e fondato quanto scritto alla base del dipinto, a parte qualche imprecisione genealogica. A un certo punto della didascalia, però, si afferma che proprio il Principe fu l’inventore del Tarocchino di Bologna. Inoltre, grazie ai suoi meriti in ambito militare, egli avrebbe ottenuto il privilegio di apporre lo stemma della famiglia Fibbia e quello dei Bentivoglio rispettivamente sulle carte della Regina di Bastoni e della Regina di Denari. Nel dipinto, il Principe è infatti raffigurato mentre lascia cadere a terra alcune carte del Tarocchino:

Tutto ciò ha fatto supporre che il Principe Fibbia potesse essere non solo l’inventore del Tarocchino Bolognese, ma persino l’ideatore dei Trionfi stessi. In realtà non esistono prove concrete a sostegno di questa ipotesi, anche perché l’archivio dei Fibbia è stato completamente distrutto da un incendio. Inoltre, il dipinto che ritrae il Principe fu realizzato nel ‘600, cioè oltre due secoli dopo l’esistenza in vita del personaggio ritratto, e fu probabilmente commissionato con un intento celebrativo nei suoi confronti. E’ possibile, dunque, che al Principe sia stata falsamente attribuita l’invenzione del Tarocchino, semplicemente perché ciò avrebbe contribuito ad accrescere il suo prestigio.
Rimanendo ai dati storicamente certi, il primo documento che attesta la presenza del Tarocchino a Bologna risale al 1459. E’ probabile, comunque, che il gioco dei Tarocchi fosse diffuso in Emilia Romagna già intorno al 1435, epoca a cui risalgono altri documenti che accennano all’uso delle carte da gioco a Ferrara.
Le più antiche immagini conosciute di alcune carte del Tarocchino sono impresse su due fogli non tagliati e non colorati risalenti al tardo ‘400: si tratta del foglio Rothschild, conservato al Louvre, e di un foglio conservato presso la Scuola delle Belle Arti di Parigi.
Tutte le carte raffigurate (6 per ciascun foglio) sono Trionfi a figura intera (solo nella seconda metà del ‘700, infatti, i Trionfi, le figure e gli Assi del mazzo divennero “a due teste”). Il foglio Rothschild raffigura la Torre, la Stella, la Luna, il Diavolo, il Carro e la Morte. Sul foglio conservato presso la Scuola delle Belle Arti di Parigi (e riprodotto nell’immagine qui in basso) compaiono invece il Sole, il Mondo, il Traditore (l’Appeso), la Ruota, l’Angelo e l’Eremita.

Sul piano storico-artistico, una delle più importanti versioni del Tarocchino Bolognese fu quella realizzata intorno al 1660 dal raffinato incisore Giuseppe Maria Mitelli (1634-1718). Si tratta di un’opera dedicata alla famiglia Bentivoglio: non un vero e proprio mazzo di carte, bensì 62 immagini non colorate riprodotte su fogli intonsi, in stile barocco, con soggetti a figura intera.

Per utilizzare queste carte a scopo ludico, era necessario ritagliare le immagini e incollarle su cartoncino. Tuttavia non resta traccia di mazzi realizzati in questo modo dai contemporanei di Mitelli. Solo nel 1750 circa, la stamperia bolognese “Alla Trombetta” realizzò un imprecisato numero di mazzi di Tarocchini del Mitelli, con carte a colori per l’uso nel gioco.
Nel 2017, lo storico italiano Giordano Berti ha realizzato una splendida versione del Tarocchino Mitelli, del tutto fedele all’originale prodotto dalla fabbrica “Alla Trombetta”, sia nel formato che nei colori. Il cofanetto, molto elegante, è stato realizzato a mano in Italia. Si tratta di un’edizione limitata di 900 copie, autografate da Giordano Berti su un certificato di garanzia. Qui in figura sono riprodotte alcune carte del mazzo:



Lo stesso Giordano Berti, inoltre, ha anche realizzato un delizioso libretto di 110 pagine che contestualizza in modo preciso i Tarocchi di Mitelli, presentando sia la storia dei Tarocchi a Bologna, sia i significati divinatori delle 62 carte del Tarocchino e i metodi di lettura bolognesi. A tal proposito, è interessante notare che l’utilizzo cartomantico del Tarocchino anticipa di alcuni decenni le prime “rivelazioni” dell’occultista francese Etteilla relative alla divinazione con le carte. Il libretto, reperibile in italiano o in inglese, è intitolato “Giuseppe Maria Mitelli e il Tarocchino Bolognese”.

Per gli amanti della cartomanzia, esistono inoltre in commercio versioni del Tarocchino con immagini “a due teste” dedicate in modo specifico alla divinazione: si tratta di mazzi tipicamente composti da 50 carte, sulle quali compaiono stringati messaggi di tipo previsionale. Segnalo in particolare il Tarocchino Bolognese di Rossella Giliberti.
La stessa autrice ha realizzato il “Manuale Pratico di Lettura del Tarocchino Bolognese”, un libro di 140 pagine contenente anche interessanti materiali d’archivio.







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